La magia del Red Centre australiano: Uluru e la cultura aborigena

Uluru, unico ricordo che ho dell’Australia menzionata tra i banchi di scuola. Un imponente massiccio roccioso – anche noto con il nome inglese di Ayers Rock – situato nell’outback australiano che da sempre figurava nella lista dei “must see” del mio viaggio. Uluru, infatti, non è solo “una roccia in mezzo al deserto” come spesso si tende a definirla, ma un’icona d’Australia e soprattutto un luogo dove scoprire qualcosa in più sulla cultura della popolazione autoctona: gli aborigeni.

IMG_6350

Per la sua popolarità turistica si tratta di una delle mete australiane più costose da raggiungere, ma tenendo costantemente d’occhio i siti delle compagnie aeree low cost (da backpacker squattrinata quale sono) sono riuscita a non farmi sfuggire una promozione e organizzare quattro giorni tra Uluru, i monti Kata Tjuta, Kings Canyon e Alice Spring: le mete principali di un viaggio “lampo” nel cosiddetto Red Centre australiano. Pur preferendo i viaggi fai da te, questa volta ho dovuto appoggiarmi a un tour organizzato, soprattutto per la difficoltà degli spostamenti in un ridotto periodo di tempo e in una zona remota come questa. Il tour che, per itinerario, organizzazione e costi, maggiormente incontrava le mie esigenze è stato quello offerto da The Rock Tour, prenotabile direttamente online e con gruppi di viaggio non numerosi gestiti da guide giovani ma competenti.

Uluru si erge nel mezzo di una superficie desertica completamente piana, circondata solo da cespugli, afa e un numero esagerato di fastidiosissime creaturine volanti di ogni tipo. La prima cosa che sorge spontaneo chiedersi non appena la si intravede è, naturalmente, come ci è finita quella cosa enorme proprio lì, nel mezzo del nulla. Da un punto di vista geologico posso fornire qualche informazione approssimativa, appresa da Patrick, la nostra guida. Si tratta di un blocco massiccio di roccia portato alla luce da fenomeni di erosione e di cui è visibile solo la “punta” poiché la maggior parte rimane sottoterra fino a una profondità di 7km. Le pareti, apparentemente lisce, presentano invece una serie di buchi e caverne e hanno colori che variano in modo incredibile a seconda dell’ora del giorno. Alba e tramonto sono per questo degli spettacoli imperdibili, da godersi in punti panoramici posti in lontananza rispetto alla montagna purtroppo sovraffollati da tour organizzati e turisti ma che garantiscono un ottimo inizio o fine giornata.

IMG_4260

Ciò che mi ha davvero affascinata durante la mia visita è stato entrare finalmente in contatto con la tradizione Aborigena che in questo luogo sacro viene ovviamente esaltata. La leggenda tramandata di padre in figlio nelle tribù rimanda l’origine di Uluru alla Tjukurpa, l’era del sogno ovvero una sorta di epoca della creazione. La Tjukurpa è collegata a una serie di miti che descrivono la creazione degli elementi della terra identificandoli come “tracce” lasciate dagli esseri ancestrali vissuti prima dell’uomo e come ciò che rimane dell’essenza vitale dei loro spiriti. Il legame tra aborigeni e la terra su cui vivono e di cui si nutrono è quindi di profondissimo rispetto ed Uluru, in particolare, è ancora oggi uno dei siti di maggiore sacralità per le tribù tanto che ogni Anangu dovrebbe recarvisi almeno una volta nella vita. Tutte queste informazioni vengono spiegate con maggiori dettagli e curiosità all’Aboriginal Cultural Centre, situato all’ingresso del parco e a cui una visita è assolutamente d’obbligo se interessati a capirne di più sul valore di Uluru “aldilà della roccia”. Gli aborigeni chiedono ai turisti di non scalare Uluru in rispetto alle loro credenze ma, nonostante il governo australiano abbia riconsegnato il sito ai legittimi proprietari, è stato decretato un periodo di 99 anni in cui ai turisti non sarà formalmente vietata l’arrampicata. In alternativa è possibile intraprendere una camminata attorno alla base della roccia, esplorandone le caverne e i segni lasciati dalle tribù che vi ci hanno abitato. A mio parere decisione più intelligente non solo nel rispetto della cultura originaria del luogo, ma anche considerate le temperature infernali che, anche in inverno, toccano almeno i 35 gradi e che sono di per sé una buona motivazione per non andare incontro a quella che, per chi come me non sopporta il caldo e le scarpinate, una tortura autoinflitta.

IMG_6339

I monti Kata Tjuta fanno parte della stessa formazione rocciosa di Uluru ma si presentano come un insieme di rocce di varia dimensione che ricordano un insieme di teste, da qui il significato del nome aborigeno Kata Tjuta. Anche qui è possibile percorrere una camminata di circa 7 km, da affrontare ben riforniti di acqua e soprattutto abbondante crema solare. A metà strada tra Uluru e Alice Spring si trova invece un’altra icona del red centre australiano, il Kings Canyon, le cui ripidi pareti di rocce rosse mi hanno lasciata senza parole.

IMG_4344

Ciò che ha reso questi tre giorni davvero magici è stato inoltre dormire sulla terra rossa, sotto l’incredibile cielo stellato dell’outback. Quasi tutti i tour organizzati prevedono infatti due notti di campeggio in cui si dorme attorno a un fuoco accesso all’ora di cena, all’interno di una “swag”, ovvero una tenda per una persona. Sicuramente non lo ricorderò come il letto più comodo della mia vita, ma avrà sempre un posto speciale nelle notti più magiche trascorse in Australia e assicuro che dopo un’intera giornata scandita da sveglia all’alba, ore di camminata e uno stop per raccogliere legna con cui accendere il fuoco per la sera, ci si addormenta di sasso, assolutamente incuranti dei suoni o del pensiero di possibili visitatori notturni indesiderati.

IMG_4317

Penso in definitiva che sia stata una delle piccole “fughe” che più mi hanno emozionata e colpita, anche se mi sembra di ripetere questa frase ogni volta che scrivo un racconto di viaggio. L’Australia non è solo coste di spiagge chilometriche, onde e surf ma un paese con una varietà di paesaggi e climi pazzeschi che, per visitarli tutti, forse non basterebbe una vita. Il Red Centre mi ha dato la sensazione di essere proprio nella terra dei canguri, nell’Australia selvaggia delle avventure di Bianca e Bernie, il film d’animazione che guardavo da bambina, o in quella delle foto sul libro di geografia delle medie. L’Australia della mia immaginazione insomma: lontanissima da casa, diversissima da tutto ciò che io abbia mai visto ma che, ancora una volta, non ha mancato di lasciarmi con la bocca aperta e la sensazione di non voler essere proprio in nessun altro posto se non questo.

Rispondi